Le tappe di una storia ultrasecolare sono facilmente sintetizzabili. Attorno alla metà del diciannovesimo secolo, nel Piemonte di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II, la famiglia Pagliero diede impulso alla fabbricazione dei bottoni in osso, un’attività che poté svilupparsi soprattutto dopo l’unità d’Italia. Di ritorno dal Veneto nel 1912, Luigi Pagliero iniziò a lavorare l’avorio, la tartaruga e nuovi materiali come la galalite e la celluloide: fu la prima fase di un lungo e complesso processo di diversificazione produttiva. Avventuratosi nel campo delle matite a mina scorrevole e delle stilografiche, Pagliero venne presto imitato dai «veronesi» (Favetta, Giacomazzi, Draba, ecc.), lavoratori immigrati con le famiglie da Caprino, alle propaggini meridionali del Monte Baldo, fra il lago di Garda e la valle dell’Adige.

A produrre penne, in pieno secondo conflitto mondiale, si dedicarono in molti: lavandai, artigiani, negozianti, meccanici e così via. Finita la guerra, in un contesto economico assai mutato, coloro che perseverarono nel settore furono quasi necessariamente spinti a migliorare gli articoli, a puntare sulle materie termoplastiche, a incrementare le produzioni e poi ad automatizzare gli impianti, cercando nuovi spazi di mercato con le penne a sfera e le penne a feltro (i «pennarelli»). Di lì i notevoli risultati conseguiti dall’industria di Settimo nel suo complesso.

Scritto da Salvatore Matrone

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